PELLEGRINO ARTUSI.....

I TESTI LETTERARI

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La vita; 

I luoghi; 

I personaggi; 

La cultura (i testi letterari)

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ARTUSI LETTERATO

ARTUSI COLTO E LETTERATO

  ..A PROPOSITO DI CULTURA E ISTRUZIONE SI LEGGE NELLA RICETTA n°7....... ...avete dunque a sapere che di lambiccarsi il cervello sù libri, i signori di Romagna non ne vogliono sapere buccicata, forse perchè fino dall'infanzia i figli si avvezzano a vedere i genitori a tutt'altro intenti che a sfogliar libri e fors'anche perchè essendo paese ove si può far vita gaudente con poco, non si crede necessaria tanta istruzione.... Per comprendere il formale pregio del suo lavoro occorre far riferimento alla sua preparazione letteraria, dovuta agli studi scolastici e suoi personali. Infatti, graziealle agiate condizioni familiari, ebbe modo di frequentare scuole convenienti alle sue attitudini giovanili, prima presso il seminario di Bertinoro, poi all'Università di Bologna presso la Facoltà di Lettere (?); aveva avuto modo di affinare la lingua con gli insegnamenti di maestri e libri appositi in cui, bene o male, qualcosa ferveva sull'uso del bel dire in prosa e in versi. Le letture personali ed il frequentare spesso gente colta e dal linguaggio sciolto avevano contribuito a migliorarne ulteriormente la sua dialettica e la sua conoscenza. Vi aggiunse da parte sua, quel pizzico di arguzia che veniva a prudergli fra le dita ogni qualvolta si metteva a tavolino per comporre lettere o ricette per il suo manuale. E l'Artusi non manca certo di umorismo così come le sue ricette sono ricche di aneddoti ed eufemismi. Numerose sono le lettere che rivelano una fonte delle informazioni di cucina e delle esperienze nelle quali si cimentava. Ma esaminiamo ora anche i due libri che Artusi scrisse prima del manuale. Il primo, pubblicato dall'editore Barbera nel 1878, naturalmente a spese dell'autore, comprende la vita di ugo Foscolo, le note al carme dei sepolcri, la ristampa del Viaggio sentimentale di Yorick tradotto da Didimo Chierico. Il filo conduttore dell'opera sul poeta di Zante sarebbe la scelta di una via di mezzo fra le troppe lodi all'uomo, comprese le azioni meno accettabili e la denigrazione a tutti i costi. Si tratta di un libro preparato con onesta diligenza, per la più parte nel giusto, ma che non rivela un particolare acume critico, scritto in una prosa eccessivamente compassata per il troppo impiego di un classico che sfiora l'arcaico. Non c' è qui la freschezza inserita nell'andamento appena latineggiante del manuale, in cui si vede proprio che l'Artusi si trovava di casa. Sembra invece più scorrevole il procedimento linguistico nel secondo libro"Osservazioni in appendice a trenta lettere di Giuseppe Giusti" del 1881, dove gli studi classici sono tenuti in quel pregio che meritano però senza che l'autore ne ricalchi troppo i testi. Per la lettera 121 scrive:"L'aria dei beati colli toscani, invidiata dal Grossi, gli scrittori che lasciarono più fama di sè cercarono tutti di respirarla sia in Firenze, sia nel Pistoiese o in quel di Siena, per dare ai loro scritti l'impronta di una lingua a forme vive, concise ed argute. All'Artusi l'impresa riuscì, quando l'aria fiorentina che l'avvolgeva gli veniva fatto di respirarla a pieni polmoni. Era il 1891 anno in cui diede alle stampe il suo prestigioso manuale di gastronomia "La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene". Artusi ebbe la fortuna di respirare quell'aria per altri vent'anni superando il traguardo dei 90 anni.

LA LETTERATURA

L'ottocento letterario italiano è caratterizzato dal diffondersi del romanticismo. A tale movimento presero parte alcuni giovani scrittori come Berchet e Pellico, successivamente anche il grande Manzoni. Il Romanticismo letterario si accostò all'anima del popolo e fece della poesia un mezzo per l'elevazione spirituale della massa. Questo costituì il prima passo per preparare il popolo verso il suo risorgimento. Le forme classiche però non lasciarono totalmente il campo a questo nuovo movimento, sopravvissero con alcuni scrittori quali V. Monti, e U. Foscolo. Verso la metà del secolo, al romanticismo si sotituì una tendenza al realismo scaturito dalla filosofia positivista (G.Carducci, O. Guerrini).  

        

Giosué Carducci (1835-1907)

...Trascorse l'infanzia e in parte la fanciullezza nella selvaggia solitudine della Maremma...studiò poi a Firenze e a Pisa e si laureò in lettere. Carducci si accostò poi alla terra di Romagna, ancor prima di conoscerla direttamente solo per l'amore che egli nutriva per Dante e, come il sommo poeta,  aveva fatto della Romagna la sua patria elettiva. Anche lui visitò i luoghi e le terre, conobbe i castelli, le città, i fiumi, le potenti famiglie e ne cantò "Le donne e i cavalier, gli affanni e gli agi". Carducci intensifica le visite in Romagna e soprattutto nel forlivese quando il fratello Valfredo è nominato preside della scuola normale di Forlimpopoli. Nel 1865 si reca a Ravenna in occasione delle celebrazioni dantesche. Della città non solo ammira i vetusti monumenti, ma si interessa anche alla loro conservazione e restauro. Il Carducci, dunque, venne in Romagna chiamato dalla fama delle sue naturali bellezze, dai ricordi di Dante, dal desiderio di luoghi che Dante ha immortalato nella sua commedia. Attirato dal ricordo del Mainardi, di Guido del Duca. Desiderò vedere Bertinoro: la visitò nella primavera del 1887 e si recò in visita a Polenta. Il comune di Bertinoro nel 1898 gli conferì la cittadinanza onoraria.

ARTUSI, PRIMA E OLTRE LA GASTRONOMIA  

     

Diceva Baudelaire nei suoi Diari intimi che non c'è "niente di più bello del luogo comune", forse anche perchè, come dirà anche Stevenson, i luoghi comuni possono vantare un'innegabile parentela con " grandi verità poetiche".

Sarà anche vero, sicuramente è rassicurante, se non confortante. Fatto è che si fatica a far uscire da un clichè una situazione, un personaggio, una volta che un'immagine gli  si sia cucita addosso come una seconda, più vera natura. Così, come è scontato che l'attesa sia sempre angosciosa, che il cuore sia straziato dal dolore, che il fascino sia irresistibile, è inconfutabile che uno che abbia i capelli rossi sia di animo perverso. Al di fuori dell'ambito retorico e stilistico, il meccanismo è esattamente lo stesso, per cui come si fa fatica ad immaginare un Leopardi tutt'altro che "in un perenne ragionar sepolto", così non è facile pensare ad un Artusi come ad uno che si sia interessato ad altro che non sia un mondo di salse, intingoli e fornelli, al punto da farli diventare l'emblema stesso del proprio "piccolo mondo", la cifra di un'esistenza strapaesana di bonaria saggezza borghese. Eppure, proprio l'Artusi era questo ma anche altro, anzi altro prima di questo e la sorpresa sarà davvero grande nel constatare che era stato ben altro quello cui aveva chiesto la fama prima di imboccare con La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene (1891) i sentieri della gloria del paradiso dei buongustai. I lettori oggi faticheranno a immaginarlo ma è proprio così: tra il 1878 e l'81, don Pellegrino s'era addirittura avventurato per i sentieri della divulgazione letteraria con due "oneste" (proprio nel senso etimologico) fatiche, dedicate la prima al Foscolo e la seconda a Giuseppe Giusti, di cui aveva pubblicato trenta lettere con convenienti annotazioni, entrambe presso l'editore Barbèra di Firenze. Se ci si chiede se siffatte opere possano ancor oggi interessare a un qualche pubblico, la risposta è senz'altro no, o almeno che si potrà trattare di un pubblico molto limitato, di cultori ed estimatori dell'autore, e che l'esperienza della loro lettura sarà proficua solo per chi si sia convenientemente preparato. Oggi come oggi, per sapere qualcosa di Foscolo non abbiamo certo bisogno della biografia approntata da don Pellegrino, ancorchè sia confezionata con scupolo e l'autore ci abbia informato nella prefazione che il suo intento è stato quello di ammannirci "una narrazione particolareggiata ne' suoi episodii, spassionata ne' giudizii, fatta pianamente alla buona e alla portata di tutti" della vita del vate di Zacinto.

Il fatto è che l'Artusi, che pure nelle Annotazioni alle lettere del Giusti si rivela a tratti acuto e bonario, nella Vita non s'allontana dal tono e dal piglio di un trombonesco professore d'antan, come forse avrebbe ambito essere ma non era.

"Alla buona e alla portata di tutti" e per di più "spassionata ne' giudizii" è, infatti, un'indicazione che riflette piuttosto un'intenzione che un esito, un progetto destinato a restare nella penna, rivelandosi una sorta di ingenua captatio benevolentiae, una carta di credenziali, per un lavoro che, seppure sapido di molta erudizione, a stento si impenna e disbroglia dai contorcimenti di uno stile farraginoso, col risultato di dar vita ad una narrazione che procede asmaticamente e ha bisogno di puntellarsi a più riprese su molte oneste e convenienti citazioni per pervenire alla sua meta.

Il lettore può misurare il risultato dal contrasto tra lo stile "disadorno" invocato programmaticamente nella prefazione e la successiva ammissione che "chiunque propongasi di tesserne (cioè del poeta dei Sepolcri) imparzialmente la storia, ne ritrarrà sempre e con profitto una grande e mirabile figura". In effetti, la figura del Foscolo è tale da non lasciare neppure al nostro don Pellegrino la possibilità di non restarne contagiato, cosicchè appare, se non giustificabile, almeno comprensibile la profluvie aggettivale e verbale che va progressivamente sommergendo la trama narrativa, che pure onestamente ripercorre l'esperienza umana e letteraria del soggetto dalla nascita e alla morte con appendice di testi e commenti alle succitate opere, sotto una coltre compatta di orpelli.

Sentite, ad esempio, come l'Artusi critico-biografo chiama in campo l'episodio che diede origine ad uno dei più celebri testi del poeta:"Nè anche il culto delle vergini Muse era da lui negletto ché, colto il destro di una sventura toccata ad una bella, illustre e spiritosa dama, Luigia Pallavicini, la quale trasportata da un focoso destriero che cavalcava a diporto sulla riviera di Sestri, cadde e rimase presso che estinta"; e ancora il modo stesso come è ritratto lo scrittore: "di costituzione sanguigna-biliosa-melanconica, aveva Ugo Foscolo sortito dalla natura quel temperamento misto che, per l'abbondante secrezione degli organi riproduttori, è stato da qualcuno distinto col nome di temperamento genitale perchè gl'individui che lo posseggono sentonsi trasportati ai piaceri erotici"; e infine le calde considerazioni conclusive al libro:" Io lo addito ai giovani come modello di quelle virtù che possonsi da essi imitare, imperocché se l'eletto ingegno, il genio e il coraggio sono doti della natura, l'altezza d'animo, il disinteressato amore di patria, la fermezza e costanza nei principii, la dignità e magnanimità del carattere e l'onoratezza, sono frutto più che d'altro, dell'educazione e dalla nostra volontà dipendono".

La situazione non cambia granché nel commentario: diligentissimo e accurato, ripercorre il testo col doveroso spirito di servizio, che lo spirito dei tempi impone, ma non sa rinunciare al suo solito armamentario retorico ricavato dai depositi di un attardato classicismo, che il soggetto stesso, I Sepolcri, generosamente comporta, per cui è giocoforza rassegnarci ad un'orgia lessicale degna del padre Cesari con dovizia di bellurie sintattiche e stilistiche e pedanti sottigliezze da cruscante, come là dove sente la necessità di precisarci che "l'articolo alla innanzi a terra, usato invece delle preposizioni nella, sulla è modo più elegante ed efficace" e più avanti di informarci dettagliatamente intorno a natura e abitudini dell'ùpupa, senza dire della minuziosità esplicativa in materia di storia e mitologia. Artusi è così: una miniera di nozioni e riflessioni, che dai territori propriamente letterari investono cultura e società, rivelandoci un autore sorprendentemente eclettico e duttile, un "tuttologo", che non solo freme di sacro sdegno per l'incuria in cui versano i cimiteri ("sembrano serpai anzichè il sacro asilo dei morti"!) e contesta "l'ipotesi che l'uomo sia derivato dai bruti, opinione sostenuta da molti e valenti naturalisti" (con buona pace di Darwin e seguaci) ma s'avventura perfino sui territori pericolosi della critica sociale deplorando "il grave torto" di "aver lasciata incolta la donna e di non educarla in modo che possa governare gl'impeti del cuore" e quando c'è da dir la sua intorno al "vento democratico" che minaccia le strutture stesse della società non si fa scrupolo di condannare la cecità della "potenza popolare" che "spinta da passioni disordinate tende a trascendere " diventando" istrumento inconscio dei furbi che cercano di volgerne i generosi slanci a profitto proprio".

A non volerla del tutto condannare, l'opera qualche pregio lo rivela oltre che nella sua onestà compilatoria e nell'intento divulgativo che la regge, soprattutto nel suo lasciar intravedere qualche scintilla di presaga vivacità laddove i versi offrono lo spunto per puntare su quegli aspetti del vivere "materiale" che poi daranno all'autore la fama più vera e duratura. Un esempio per tutti, dove, commentando i versi 126-127 ("e che sedea a libar latte" ), Artusi si diffonde sui riti relativi alla sepoltura: " I Gentili facevano libazioni sui sepolcri e massime nelle cerimonie dei funerali. A ciò veniva usato, secondo il rito, l'acqua, il vino, l'olio, il latte e il miele. Se ne riempiva una coppa e dopo aver gustato il liquido od appressato soltanto alle labbra si soandeva tutto. Avanti di fare alcuna libazione obbligati erano quelli che le offerivano a lavarsi le mani ed a recitare alcune formole di preghiere. L'uso dé banchetti funebri non è ancora scomparso del tutto in alcuni luoghi d'Italia. Ne abbiamo traccie nel contado di Valdichiana e in qualche parte della campagna romagnola. Ivi si usa apparecchiare anche pel defunto; e dopo averlo piagnucolato e rammentato spesse volte con tenerezza, uno dé commensali mangia la porzione di minestra scodellata per lui". Come sottrarsi alla tentazione di untuire attraverso un simile excursus il compiacimento goloso e bonario dell'autore della Scienza in cucina che poi verrà ?.

In questa luce acquista un curioso risalto il riconoscimento della qualità della biografia foscoliana del Correr "condita di buona e copiosa critica letteraria". Se è vero che certi tic espressivi rivelano un carattere non c'è dubbio che qui c'è davvero una spia significativa. La letteratura, per chi non l'avesse ancora capito, è per l'Artusi un fatto fisico, un manicaretto da ammannire e assaporare, "condito" con gli intingoli più convenienti di una succosa retorica. Il guaio è che queste cose l'autore le andava dicendo in un mondo in cui c'era chi, come mastro Geppetto, il paiolo l'aveva soltanto dipinto sulla parete e per mangiare s'accontentava di torsi di cavolo e bucce d'arance come i monelli di Aci Trezza. Ma si sa, lui, l'Artusi, il figlio del droghiere, poteva permetterselo: non per niente, le sue scelte le aveva ben fatte e si era convinto che a tener a freno e dirigere gli istinti della plebaglia giovasse solo e grandemente "il patriziato".

Prof. Vincenzo Guarracino

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